
«Fateci posto»: dalle piazze una richiesta di futuro, dignità e partecipazione.
(*) di Silvia Nascetti, giuslavorista e esperta HR, Presidente ASSOAFOP
Dall’«economia morale» di Edward Palmer Thompson alle piazze di oggi: quando la protesta nasce dalla distanza tra ciò che una società promette e ciò che permette di diventare.
Perché studenti, lavoratori, precari, agricoltori, trasportatori, artisti scendono in piazza?
La domanda torna a ogni mobilitazione. Troppo spesso, però, la risposta arriva prima dell’ascolto: rabbia, disagio, strumentalizzazione.
Oppure una spiegazione apparentemente più comprensiva: il carovita, la crisi, le difficoltà economiche.
Tutti elementi importanti. Ma sufficienti a spiegare ciò che accade?
Le recenti manifestazioni, fino ai cortei del 30 ottobre, hanno visto incontrarsi studenti e lavoratori, famiglie e settori della cultura, con rivendicazioni contro il carovita, la guerra e il riarmo.
Presenze e motivazioni diverse, che sarebbe improprio ridurre a un’unica appartenenza o intenzione politica. Proprio questa pluralità merita attenzione: quali esperienze consentono a persone tanto diverse di riconoscersi, almeno per un tratto, nella stessa piazza?
Una chiave di lettura viene da lontano.
Nel saggio The Moral Economy of the English Crowd in the Eighteenth Century, pubblicato nel 1971, lo storico britannico Edward Palmer Thompson contestava una lettura meccanica delle rivolte popolari: aumenta il prezzo del pane, cresce la fame, esplode il tumulto. Le privazioni contavano, eccome. Ma le proteste prendevano forma anche dentro una concezione condivisa di ciò che era giusto e legittimo: gli obblighi verso la comunità, le responsabilità di chi commerciava, i limiti socialmente riconosciuti del profitto.
Era quella che Thompson chiamava l’«economia morale» dei poveri: a muovere le persone contribuiva l’offesa a quei principi, insieme al bisogno materiale.
Il confronto con il presente richiede cautela: le società, i diritti e i conflitti sono profondamente cambiati.
Possiamo però raccogliere quella domanda e rivolgerla alle piazze di oggi: quale idea di giustizia le persone sentono tradita?
Nel 2010 una giovane studentessa universitaria, Elisa Albanesi, in una lettera firmata per l’Assemblea di Lettere Occupata e indirizzata al presidente del Consiglio, richiamava proprio Thompson. Scriveva: «La nostra patria è divenuta ladra di sogni, di speranze e di verità». La lettera fu pubblicata il 2 dicembre di quell’anno.
Riletta oggi, quella frase interpella un intero sistema di responsabilità.
Un Paese sottrae sogni quando chiede impegno senza rendere credibili le opportunità; quando celebra il merito ma tollera che contino soprattutto le condizioni di partenza; quando invita i giovani a progettare il futuro e lascia che l’incertezza occupi ogni spazio del presente.
La precarietà, infatti, può diventare molto più di una condizione contrattuale: può diventare l’impossibilità di decidere della propria vita.
Accade quando non si riesce a programmare una casa, un percorso di studio, una famiglia.
Quando ci si deve rendere continuamente disponibili senza poter chiedere reciprocità.
Quando il lavoro culturale viene trattato come una passione che dovrebbe bastare a remunerare chi la esercita.
Quando a un adulto che perde il lavoro si chiede di ricominciare, senza offrirgli tempo, strumenti e sostegno adeguati.
La promessa incrinata è riconoscibile: studiare dovrebbe ampliare le possibilità; lavorare dovrebbe consentire un’esistenza dignitosa; contribuire alla vita collettiva dovrebbe dare diritto a essere ascoltati.
Da questa prospettiva, il disagio economico e la domanda di riconoscimento si alimentano a vicenda. Il sacrificio diventa più difficile da accettare quando appare distribuito ingiustamente; l’incertezza diventa umiliante quando viene raccontata come incapacità individuale; la sfiducia cresce quando le risposte pubbliche chiedono pazienza senza indicare un cambiamento verificabile.
Anche la presenza nelle piazze di rivendicazioni contro la guerra suggerisce una lettura che supera il solo interesse immediato. Si può manifestare per la propria condizione e, insieme, per il destino degli altri, per il valore attribuito alla vita umana, per contestare le priorità nell’impiego delle risorse.
È una domanda di coerenza tra i principi dichiarati e le scelte compiute.
Questo non significa attribuire alla piazza una ragione automatica. Le rivendicazioni vanno discusse nel merito, le proposte valutate, le responsabilità accertate. Aggressioni, intimidazioni e danneggiamenti colpiscono le persone, compromettono gli spazi comuni e indeboliscono la partecipazione.
La fermezza verso questi comportamenti deve accompagnarsi al rispetto della protesta pacifica, senza trasferire su un’intera generazione le responsabilità di singoli o gruppi.
Anche il racconto pubblico ha una responsabilità. Il paternalismo, la derisione e le etichette sommarie impediscono di comprendere. A chi manifesta si possono rivolgere domande difficili, chiedere argomenti, contestare contraddizioni. Occorre però riconoscerlo come interlocutore. Vale per la politica, per l’informazione, soprattutto per il servizio pubblico, e per le organizzazioni della rappresentanza.
La lettera del 2010 conteneva un’altra intuizione: la «felicità pubblica», il piacere di ritrovarsi e agire insieme. Nell’interpretazione che qui proponiamo, è un passaggio decisivo: una difficoltà vissuta in solitudine può apparire un fallimento personale; condivisa e discussa può diventare una questione collettiva sulla quale intervenire. Quella partecipazione ha bisogno, poi, di continuità, organizzazione, confronto e capacità di proposta.
Per chi opera nella formazione professionale, tutto questo è materia del proprio lavoro.
La formazione perde parte della sua funzione se considera le persone soltanto come competenze da collocare nei processi produttivi.
Preparare al lavoro significa anche sviluppare autonomia, capacità critica, conoscenza dei diritti e dei doveri, strumenti per comprendere i cambiamenti e affrontarli.
Significa coltivare l’attitudine ad apprendere lungo tutto l’arco della vita, rendendo concretamente accessibile questa possibilità.
L’apprendimento permanente non può trasformarsi nell’obbligo individuale di rincorrere, da soli e a proprie spese, ogni trasformazione. Richiede politiche, servizi, investimenti e responsabilità condivise. E la formazione, per quanto qualificata, non può compensare da sola salari inadeguati, lavoro povero o assenza di prospettive.
Per ASSOAFOP, raccogliere questa domanda significa tenere insieme qualità dei percorsi, dignità del lavoro e partecipazione.
Anche in Puglia: coinvolgere giovani, studenti e lavoratori nelle scelte che li riguardano, rafforzare l’orientamento, rendere effettive le opportunità di riqualificazione, valutare gli interventi anche attraverso l’autonomia e le possibilità che producono nella vita delle persone.
«Fateci posto» può allora diventare una richiesta precisa: spazio nelle decisioni, accesso alle opportunità, riconoscimento delle competenze, possibilità di contribuire.
I giovani non ci chiedono il permesso di sognare, ma le condizioni per restare, scegliere, costruire.
Spazi da abitare, idee da mettere alla prova, competenze da far valere.
Smettiamo di chiamare i giovani «il futuro» se poi li lasciamo fuori dal presente.
Chi ha responsabilità istituzionali, economiche, educative e associative deve accettare di condividere quel posto. Con risorse, scelte e risultati di cui rendere conto.
VIDEO: Italia, ladra di sogni di Silvia Nascetti (2010) : https://youtu.be/stgI6AuDR94?si=-MwJme-aEVttghWC
