Un contributo al dibattito.

Non ci servono soltanto giovani preparati per le imprese che cercano lavoratori. Ci servono imprese, nuove e migliori, capaci di dare un futuro ai giovani che formiamo. Ci servono giovani che creino imprese, qui in Puglia.
QUALE LAVORO VOGLIAMO PER LA PUGLIA DI DOMANI?
Prima ancora di chiederci quali competenze sono richieste dalle imprese, dovremmo avere il coraggio di porci una domanda più impegnativa: quale modello economico e sociale vogliamo tentare di delineare e costruire per le prossime generazioni?
È una questione che non può essere affidata esclusivamente alle statistiche sui fabbisogni professionali, alle previsioni occupazionali o agli algoritmi che analizzano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Sono strumenti indispensabili, ma insufficienti a delineare una visione di futuro.
La Puglia si trova nel pieno di una transizione che è contemporaneamente tecnologica, economica, demografica, sociale e culturale. Affrontarla continuando a programmare le politiche del lavoro e della formazione con categorie novecentesche rischia di produrre un paradosso: preparare persone per professioni destinate a trasformarsi profondamente, mentre altre opportunità, che potremmo contribuire a creare, non vengono neppure immaginate.
Serve un approccio necessariamente blended: non una semplice sommatoria di misure, ma una visione integrata nella quale esigenze delle imprese, diritti sociali, innovazione, aspirazioni individuali e sviluppo territoriale trovino un nuovo equilibrio.
IL MERCATO DEL LAVORO VA ASCOLTATO. MA NON PUÒ ESSERE L’UNICO A DECIDERE.
I dati confermano una contraddizione strutturale. In Puglia, nel 2025, il tasso di occupazione si è attestato al 51%, contro il 62,5% nazionale. Eppure, secondo il sistema Excelsior, nel settembre 2026 le imprese pugliesi hanno segnalato difficoltà di reperimento per il 38,1% dei profili ricercati.
Da una parte persone che non trovano lavoro; dall’altra imprese che non trovano lavoratori. È il fenomeno chiamato, con diverse sfumature: skills gap, talent shortage, skills mismatch.
È certamente necessario formare tecnici specializzati, operatori qualificati, professionisti della sanità, della logistica, dell’industria, dei servizi e delle nuove tecnologie.
Ma sarebbe miope attribuire questa contraddizione esclusivamente a una carenza di competenze.
Esistono anche questioni di qualità e stabilità dell’occupazione, livelli retributivi, condizioni contrattuali, organizzazione aziendale, mobilità territoriale e possibilità di crescita professionale.
Non ogni posto di lavoro che resta vacante dimostra un deficit formativo. Talvolta rivela un deficit di attrattività del lavoro offerto.
Le politiche pubbliche non possono limitarsi a produrre lavoratori adattabili a qualunque condizione. Devono anche contribuire a migliorare le condizioni nelle quali il lavoro viene esercitato.
LA MISSIONE DEL FONDO SOCIALE EUROPEO E LE POLITICHE FORMATIVE
C’è poi una questione di principio che non possiamo eludere: il Fondo Sociale Europeo, oggi ESF+, nasce e si sviluppa nell’ambito della politica europea di coesione, con una vocazione che comprende occupazione, mobilità professionale, formazione, inclusione e contrasto alle disuguaglianze.
Ridurne la funzione alla sola risposta immediata ai fabbisogni aziendali significherebbe impoverirne la missione.
Il Fondo Sociale Europeo non è l’ufficio del personale delle imprese.
Le politiche formative devono continuare a rivolgersi prioritariamente anche a chi, per condizioni economiche, sociali, familiari o personali, incontra maggiori ostacoli nell’accesso al lavoro: donne inattive, giovani NEET, disoccupati di lunga durata, persone con disabilità, lavoratori maturi espulsi dai processi produttivi, migranti e persone in condizioni di vulnerabilità, detenuti ed ex detenuti per una seconda chance, ecc..
Ma l’inclusione non può esaurirsi nel finanziamento di un corso.
Richiede orientamento, accompagnamento personalizzato, servizi di conciliazione, sostegno alla mobilità, riconoscimento delle competenze acquisite nella vita e nel lavoro, collegamento effettivo con le opportunità occupazionali.
E soprattutto richiede una diversa concezione del successo delle politiche pubbliche: non soltanto quanti allievi hanno ottenuto una qualifica o un contratto, ma quante persone hanno realmente migliorato la propria autonomia economica, la dignità e le prospettive di vita.
IL MERCATO DEL LAVORO DEVE ESSERE ACCESSIBILE ALLE PERSONE, NON SOLTANTO LE PERSONE ADATTABILI AL MERCATO.
L’intelligenza artificiale cambia le regole. Formare soltanto per l’oggi significa arrivare già in ritardo.
La rivoluzione tecnologica in corso ci impone un ulteriore cambio di prospettiva.
Intelligenza artificiale, robotica, automazione e digitalizzazione stanno trasformando attività produttive e professioni a una velocità senza precedenti.
Molte mansioni tradizionali saranno automatizzate, alcune professioni perderanno progressivamente rilevanza, altre nasceranno. Come è accaduto nelle precedenti rivoluzioni industriali, non assisteremo soltanto alla sostituzione del lavoro umano, ma alla ridefinizione del rapporto tra persone, tecnologie e produzione.
Non sappiamo ancora con precisione quali saranno gli effetti occupazionali complessivi. Sappiamo, però, che la capacità di apprendere, disimparare e riapprendere diventerà decisiva.
Programmare oggi percorsi formativi rigidamente costruiti sulle professioni attuali, senza valutarne l’evoluzione tecnologica, significa rischiare di finanziare competenze già prossime all’obsolescenza.
Il punto centrale è che non possiamo programmare la formazione soltanto in funzione del lavoro che oggi esiste, senza interrogarci sul lavoro che domani scomparirà, su quello che vorremmo creare e, soprattutto, sulla società che intendiamo costruire.
La formazione professionale deve quindi svilupparsi su tre orizzonti:
- rispondere ai bisogni occupazionali immediati
- anticipare quelli dei prossimi anni
- e costruire le competenze trasversali necessarie per affrontare trasformazioni ancora imprevedibili.
Pensiero critico, creatività, capacità relazionali, cultura digitale, spirito imprenditoriale e autonomia decisionale non sono competenze accessorie. Sono il patrimonio che permette alle persone di non diventare subordinate alle tecnologie che utilizzano.
Le imprese tendono a privilegiare l’addestramento professionale immediatamente spendibile nei processi produttivi.
La formazione professionale di qualità, invece, guarda oltre le esigenze contingenti, sviluppando anche competenze trasversali, capacità di adattamento e attitudine all’apprendimento permanente (lifelong learning). Perché, in un mercato del lavoro in continua trasformazione, non basta formare lavoratori capaci di svolgere una professione: occorre formare persone capaci di evolvere, reinventarsi e continuare ad apprendere lungo tutto l’arco della vita.
E in questo scenario il sistema della formazione professionale – composta da sempre più qualificati Organismi di Formazione Professionale accreditati – con la sua prossimità ai territori, alle persone e alle imprese, deve essere riconosciuto come un’infrastruttura strategica dello sviluppo, non come un mero esecutore di bandi.
I GIOVANI CI STANNO DICENDO QUALCOSA. SIAMO CAPACI DI ASCOLTARLI?
A cambiare non è soltanto il lavoro. È il significato che gli attribuiamo.
Il dibattito sulla cosiddetta Generazione YOLO — You Only Live Once, si vive una volta sola — esprime una trasformazione culturale che sarebbe sbagliato liquidare come scarsa disponibilità al sacrificio o rifiuto delle responsabilità.
Per una parte crescente delle nuove generazioni, i Millenials e la Generazione Z, il lavoro non rappresenta più necessariamente il centro assoluto dell’esistenza e l’unico parametro del successo personale.
Contano il tempo, la salute, le relazioni, la libertà, la possibilità di viaggiare, l’equilibrio tra vita privata e professionale, la coerenza tra attività svolta e valori individuali.
Non è detto che i giovani vogliano lavorare meno: spesso vogliono lavorare diversamente e, soprattutto, vivere meglio.
È una trasformazione che interroga profondamente anche le imprese, chiamate a ripensare modelli organizzativi, leadership, percorsi di carriera e sistemi di valorizzazione delle persone.
Per le politiche pubbliche è una sfida ancora più complessa: non basta creare occupazione se quella occupazione non è percepita come compatibile con un progetto di vita.
Se vogliamo che i giovani rimangano in Puglia, dobbiamo offrire loro non soltanto un lavoro, ma una ragione per scegliere di costruire qui il proprio futuro.
BASTA INSEGUIRE MODELLI DI SVILUPPO DECISI ALTROVE.
La storia economica del Mezzogiorno dovrebbe averci insegnato qualcosa.
Dalla Cassa per il Mezzogiorno agli interventi delle partecipazioni statali, dall’IRI alle politiche straordinarie sostenute dalla Legge 64 del 1986, fino alle successive stagioni di incentivi pubblici, abbiamo conosciuto esperienze molto differenti, alcune capaci di creare infrastrutture, attività produttive e occupazione, altre segnate da dipendenza, fragilità e risultati non duraturi.
Troppo spesso, in determinati territori, ingenti risorse pubbliche sono state impiegate per attrarre insediamenti produttivi senza costruire contestualmente una base imprenditoriale locale sufficientemente solida, filiere autonome e capacità di innovazione radicate.
Abbiamo conosciuto anche dismissioni, delocalizzazioni, perdita di occupazione e pesanti eredità ambientali e sociali. In alcuni casi i benefici privati degli incentivi non hanno trovato un corrispondente e durevole ritorno collettivo.
Non possiamo continuare a riprodurre, sotto nuove denominazioni, le stesse logiche.
Questo non significa respingere gli investimenti nazionali o internazionali. Significa pretendere che essi contribuiscano realmente allo sviluppo del territorio, attraverso impegni verificabili su occupazione qualificata, durata degli insediamenti, sostenibilità ambientale, innovazione e partecipazione delle filiere locali, nel rispetto delle regole europee.
E significa, soprattutto, superare l’idea che lo sviluppo debba arrivare necessariamente dall’esterno.
Anche il modello statunitense, spesso assunto a riferimento quasi obbligato, merita una valutazione critica. Possiamo certamente apprendere dalla sua capacità di innovare, attrarre capitali e sostenere la ricerca. Ma non dobbiamo importarne acriticamente le espressioni più esasperate di competizione individuale, concentrazione della ricchezza e subordinazione della vita al successo economico.
La Puglia non deve diventare una copia periferica di modelli economici o rincorrere modelli di sviluppo pensati altrove.
Lavoro, formazione e innovazione: è tempo di investire nella creatività, nelle imprese, nelle radici culturali e nel talento delle nuove generazioni.
LA PUGLIA DEVE AVERE L’AMBIZIONE DI COSTRUIRE UN PROPRIO MODELLO, AUTENTICAMENTE EUROPEO, MERIDIONALE E MEDITERRANEO.
Le nostre radici non sono un museo. Sono una risorsa per inventare il futuro.
La Puglia possiede un patrimonio culturale che non può essere ridotto a elemento decorativo della promozione turistica.
Siamo eredi della Magna Grecia, del pensiero ellenico, della tradizione filosofica e scientifica che attraversò il Mediterraneo, della lezione pitagorica che univa matematica, armonia e conoscenza, del diritto romano, dei saperi tecnici, agricoli e scientifici diffusi attraverso il mondo arabo e mediterraneo.
Siamo il risultato di incontri e contaminazioni tra civiltà, lingue, religioni, arti e culture differenti.
Dall’architettura alla musica, dall’artigianato alla gastronomia, dalla manifattura alle espressioni artistiche, questa identità plurale ha prodotto nei secoli una straordinaria capacità di interpretare, trasformare e creare.
Non è nostalgia del passato. È una possibile chiave di sviluppo contemporaneo.
Quella storia ci insegna che l’innovazione nasce dall’incontro tra saperi diversi, non dall’omologazione.
Perché non trasformare questa vocazione in una strategia economica?
- L’artigianato può dialogare con il design computazionale e la fabbricazione digitale.
- Il patrimonio culturale con le tecnologie immersive.
- L’agricoltura con la robotica e l’intelligenza artificiale.
- La medicina con le tecnologie della salute.
- Le produzioni artistiche e creative con nuovi mercati internazionali.
- Le energie rinnovabili con filiere produttive e competenze locali.
Il nostro obiettivo non dovrebbe essere soltanto attrarre imprese tecnologiche, ma permettere alle imprese pugliesi, anche piccole e piccolissime, di diventare esse stesse protagoniste della trasformazione tecnologica.
Dalla formazione al lavoro, dal lavoro alla qualità della vita: è tempo di un nuovo modello pugliese di sviluppo, capace di coniugare mercato, inclusione sociale, innovazione tecnologica e identità mediterranea.
NON DOBBIAMO SCEGLIERE TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE. DOBBIAMO FARE DELL’INNOVAZIONE IL MODO PIÙ INTELLIGENTE DI DARE FUTURO ALLA NOSTRA TRADIZIONE.
La vera sfida: passare dalla formazione per l’occupabilità alla formazione per lo sviluppo.
Occorre allora un cambio di paradigma nella programmazione regionale.
Non più politiche del lavoro, formazione, sviluppo economico, innovazione e welfare concepite come compartimenti separati, ma un’unica strategia territoriale, articolata e condivisa.
Una programmazione costruita attraverso il confronto stabile tra istituzioni, imprese, organismi formativi, università, scuole, parti sociali, terzo settore e rappresentanze giovanili.
Un sistema capace di utilizzare i dati dei fabbisogni professionali senza esserne prigioniero; di finanziare percorsi inclusivi senza trasformarli in assistenzialismo; di investire nelle tecnologie senza dimenticare chi rischia di esserne escluso.
Ma soprattutto, una programmazione che metta al centro l’imprenditorialità pugliese.
Abbiamo bisogno di sostenere la nascita e la crescita di imprese locali, facilitare il ricambio e il passaggio generazionale, accompagnare il trasferimento tecnologico, favorire aggregazioni tra microimprese, promuovere l’accesso al credito e al capitale, valorizzare il lavoro autonomo e le cooperative innovative, rafforzare le filiere territoriali.
La formazione deve contribuire anche a creare nuovi imprenditori, nuove attività economiche, nuovi mercati. Non soltanto nuovi candidati per posti di lavoro già esistenti.
E la valutazione delle politiche pubbliche deve cambiare radicalmente: non fermarsi alla spesa certificata, al numero di percorsi realizzati o al tasso di inserimento lavorativo nell’immediato, ma verificare la stabilità dell’occupazione, la crescita dei redditi, la qualità del lavoro, la nascita di iniziative imprenditoriali, il rafforzamento delle economie territoriali.
Soprattutto, dobbiamo iniziare a misurare un risultato ancora troppo trascurato: quante persone, grazie a queste politiche, possono realmente scegliere di restare in Puglia.
Il diritto di restare deve diventare una politica di sviluppo: la Puglia non deve formare giovani per farli partire. Per una Puglia dove restare sia una scelta, non una rinuncia.
Per troppi anni abbiamo considerato la partenza dei nostri giovani quasi una legge naturale dell’economia meridionale.
Abbiamo investito nella loro istruzione, nella formazione, nelle competenze, per poi vedere una parte significativa di quel capitale umano contribuire alla crescita di altri territori.
Il Rapporto SVIMEZ 2025 documenta per la Puglia un saldo migratorio interno negativo di 18.865 giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni, nel periodo 2019-2023.
Non dobbiamo contrapporre il diritto di partire al diritto di restare. La mobilità è ricchezza quando nasce da una scelta, non quando diventa l’unica alternativa alla rinuncia.
Il problema non è che i nostri giovani conoscano il mondo, studino o lavorino altrove. Il problema è quando non possono tornare, quando restare significa ridimensionare le proprie ambizioni, quando le competenze maturate non trovano un ecosistema capace di valorizzarle.
Una Puglia moderna deve essere aperta, internazionale, capace di attrarre persone e investimenti. Ma deve esserlo da protagonista, non da territorio in attesa di essere scelto.
È su questo terreno che si misurerà la qualità della prossima stagione di politiche regionali del lavoro e della formazione.
Non si tratta di scegliere tra competitività e solidarietà, tra mercato e diritti, tra tecnologie e cultura, tra crescita economica e qualità della vita.
Si tratta di riconoscere che queste dimensioni, se opportunamente contemperate, possono rafforzarsi reciprocamente.
La formazione non deve limitarsi a preparare le persone per il mondo del lavoro che abbiamo ereditato. Deve contribuire a costruire il mondo del lavoro che desideriamo.
La Puglia possiede intelligenze, creatività, cultura, capacità imprenditoriale, patrimonio ambientale e una posizione mediterranea che possono renderla un laboratorio originale di sviluppo.
Ciò che serve è il coraggio politico e culturale di non inseguire più soltanto modelli altrui.
Perché, alla fine, il vero indicatore del successo delle nostre politiche non sarà quanti lavoratori avremo formato per rispondere alle esigenze delle imprese.
Sarà quante imprese nuove saremo stati capaci di far nascere, quante persone vulnerabili avremo restituito a una vita autonoma, quanto valore avremo creato e trattenuto sul territorio e quanti giovani potranno dire, senza rinunciare alle proprie ambizioni: «Il mio futuro è qui».
Sarà quante imprese nuove saremo stati capaci di far nascere, quante persone vulnerabili avremo restituito a una vita autonoma, quanto valore avremo creato e trattenuto sul territorio e quanti giovani potranno dire, senza rinunciare alle proprie ambizioni: «Il mio futuro è qui!».
Silvia Nascetti, giuslavorista e esperta HR, Presidente ASSOAFOP
Fonti:
- ISTAT e Regione Puglia: tasso di occupazione medio 2025 in Puglia pari al 51%, a fronte del 62,5% nazionale.
- Unioncamere – Excelsior: difficoltà di reperimento del personale pari al 38,1% nel settembre 2026.
- SVIMEZ, Rapporto 2025: saldo migratorio interno dei laureati pugliesi di 25–34 anni nel quinquennio 2019–2023.
- OCSE, Skills in the AI Age (2026): l’intelligenza artificiale comporta automazione di mansioni, creazione di nuove attività ed effetti sulla produttività, con conseguenze occupazionali ancora incerte.
- Programma Regionale FESR-FSE+ Puglia 2021–2027: obiettivi integrati relativi a occupazione, inclusione sociale, competenze, innovazione e sviluppo territoriale.
